L’ingresso nella scuola superiore è un momento delicato e ricco di trasformazioni per gli adolescenti: rappresenta una fase di passaggio in cui si ridefiniscono i confini identitari, si rinegoziano le appartenenze e si mettono alla prova nuove modalità di relazione con se stessi e con gli altri.
Questo spesso genera disorientamento, fragilità e difficoltà nel sostenere la fatica generata da questa relazione: in questo contesto, la scuola ha il compito di favorire la crescita collettiva e coltivare competenze cognitive, personali e sociali.
Ha visto la luce così il progetto “Saper essere, saper stare”, rivolto agli studenti delle classi prime e coordinato da Cristian Agostino, che al Liceo Foppa e all’Istituto Piamarta si occupa di progetti ed interventi educativi.

Gli abbiamo chiesto di aiutarci a comprendere meglio il valore del percorso educativo.
Perché è importante lavorare sulla crescita relazionale e sulla consapevolezza di sé come parte di una pluralità?
“L’identità adolescenziale non è un blocco unico, ma un sistema in evoluzione: lavorare sulla pluralità aiuta i ragazzi a integrare le diverse parti di sé senza irrigidirsi in etichette. Sul piano educativo significa prevenire fragilità e promuovere competenze fondamentali: imparare a restare, affrontare senza scappare, poter essere se stesso ma senza rimanere solo”.
Come la relazione con l’altro assume rilevanza nel processo di costruzione della propria identità?
“L’identità non si costruisce allo specchio, ma negli sguardi. L’altro è insieme specchio, confine e possibilità: rimanda immagini, aiuta a distinguersi, apre alternative. In adolescenza, il gruppo dei pari diventa il laboratorio principale di validazione ed è per quello che la relazione con l’altro è fondamentale. È all’interno del gruppo che un ragazzo prova a capire chi è e chi può diventare. L’altro non è un ostacolo: è il luogo in cui si scopre”.

Al centro del percorso ci sono gli studenti e la loro capacità di comunicare con rispetto, di riconoscere e gestire le emozioni, di ascoltare in maniera consapevole, di collaborare, di crescere e di assumersi le responsabilità delle proprie scelte.
Abbiamo chiesto ad Angela ed Edoardo, due studenti protagonisti del percorso, di raccontarci di più di ciò che si sono portati a casa.
Alla luce degli incontri con Cristian Agostino, cosa significa per te la frase titolo del progetto: “Saper essere, saper stare”?
“Vuol dire riconoscersi, capire meglio chi si è davvero, comprendersi e comprendere gli altri, confrontarsi e superare i pregiudizi, perché solo così si riesce a sentirsi a proprio agio anche all’interno di un contesto nuovo”.
Cosa evocano nella vostra mente parole come ascolto, rispetto, corresponsabilità, conflitto, fragilità, relazione?
“Sono tutti argomenti che permettono di dare valore alle nostre relazioni: a volte diamo tutto per scontato e non ci fermiamo a metterci nei panni degli altri, tendiamo a non pensare che quello che per noi è un gesto piccolo può ferire, anche senza che ce ne accorgiamo. Lavorare su questi temi in un contesto aperto al dialogo e al confronto è necessario per vivere meglio la nostra quotidianità scolastica, e non solo”.

Attraverso attività narrative, giochi di ruolo e momenti di confronto guidato, i ragazzi hanno potuto mettersi in gioco e riflettere su come si vedono e su come vengono visti. “Saper essere, saper stare” è uno spazio educativo dove lo scopo non è dare risposte, bensì generare ulteriori domande.
“Essere messi nella condizione di vedersi e di farsi vedere spesso è già sufficiente a cambiare le cose”, ha raccontato l’educatore Cristian Agostino. “Esperienza, poi riflessione, poi significato. I debriefing sono stati centrali nel percorso: perché non basta vivere qualcosa, serve fermarsi e capirlo per crescere e trasformare l’esperienza in apprendimento consapevole”.
Quale delle attività che avete portato avanti in classe è stata più interessante?
Angela: “A me è piaciuto molto il fatto di fare esperienza: abbiamo messo in pratica ogni argomento. Ho apprezzato molto l’attività sulla comunicazione con il gioco in scatola Top Ten. Usare un gioco rende il momento divertente e leggero, ma allo stesso tempo ciò che fai, e che ti viene detto, si sedimenta!”
Edoardo: “Io ricordo ancora il gioco proposto durante i primi giorni di scuola: tutti avevamo delle corde e dovevamo collaborare per recuperare i mattoni di legno utili per costruire una torre. Mentre ci divertivamo, abbiamo avuto la possibilità di capire quanto è importante il gruppo, senza escludere nessuno”.

È proprio Edoardo che ci ha aiutato a comprendere come l’apporto di tutti i compagni si integri in maniera efficace all’interno del percorso: “Chi è più estroverso favorisce il confronto perché rompe il ghiaccio, mentre chi è più timido trova piano piano il coraggio di esporsi grazie a chi riesce a coinvolgerlo. “Saper essere, saper stare” ci ha permesso di abbattere i pregiudizi e riuscire a dire quello che pensiamo davvero. Io mi sono sentito molto aiutato a migliorare”.
Partecipazione attiva, desiderio autentico di mettersi in gioco, voglia di esporsi e di raccontarsi sono gli aspetti più interessanti emersi dal progetto.
“Progressivamente hanno iniziato a togliere le maschere”, ha concluso l’educatore a margine del percorso, “restituendo uno sguardo più vero di sé. Anche dentro una dinamica leggera, è emersa una forte intenzionalità: non solo partecipare, ma portare a casa qualcosa. In fondo, stavano facendo una cosa semplice e profonda insieme: iniziare a credere un po’ di più in se stessi”.
Ufficio Comunicazione, Liceo Artistico Foppa e Istituto Piamarta

